Sporco Lobbista – Il blog di Fabio Bistoncini

Pubblicato da il 13/02/2012 & archiviato in Lobbying, Politica

Obama, Lessig e gli altri, un patto di fiducia tradito

Lasciandosi appoggiare da grandi investitori e aprendosi ai super-PAC, i grandi comitati di azione politica in mano ad aziende e influenti che finanziano le presidenziali, Obama raccoglie critiche e delude per  non aver mantenuto le promesse fatte già nel corso della sua campagna elettorale del 2008. L’analisi lucida e critica di Lawrence Lessig, il padre del movimento anti-copyright.

“Credo che le elezioni non debbano essere controllate dagli interessi più potenti d’America: dovrebbero essere decise dagli americani”. Lo diceva Barack Obama nel 2008, critico rispetto ai grandi fondi che sovvenzionavano i candidati suoi avversari, promettendo di scardinare questa influenza nel corso del suo mandato quadriennale. Ma 4 anni dopo è proprio questa promessa mancata a far piovere sul candidato in cerca di riconferma critiche, anche influenti. Alle voci “contro” di una buona fetta di entourage liberal, alle critiche del premio Nobel per l’economia Paul Krugman, si aggiunge ora anche Lawrence Lessig, il giurista famoso per aver creato le Creative Commons, l’uomo emblema dell’anti-copyright nel mondo. All’apertura di Obama ai super-PAC (Political Action Committee) e agli appoggi del mondo lobbista Lessig replica con un’argomentata critica sul magazine Salon dal titolo emblematico: “The tyranny of tiny minds and big money”, che suona più o meno come “la tirannia delle testoline e dei grandi capitali”.

Il contesto è quello, noto, delle presidenziali americane. Qui i candidati proprio in queste settimane mettono in gioco non solo la loro faccia, ma anche gli appoggi e le sovvenzioni da parte di privati, aziende, comitati. Come quelli dei super PAC. Quegli organismi tecnicamente estranei ai candidati stessi, che però donano loro ossigeno e dollari per promuoversi. Novità della campagna 2012, la loro nascita è dovuta a una sentenza della Corte Suprema americana del 2010, quando si stabilì che non si poteva vietare a gruppi di pressione e aziende private di sovvenzionare la politica e le elezioni, e tali sovvenzioni peraltro non hanno alcun limite pecuniario.

Con i capitali di alcuni super PAC i candidati pagano le loro campagne e i tour negli stati. Il repubblicano Mitt Romney per esempio, solo per fare spot tv in Florida avrebbe investito 15,4 milioni di dollari. Attraverso il super PAC che lo appoggia chiamato Restore our future, Romney avrebbe dunque già usufruito, per fare un paragone, di molto più di quanto speso da McCain per l’intera campagna televisiva nella lotta per le presidenziali del 2008. Ma soprattutto, come i dati monitorati dalla Fec (Federal Election Commission) raccontano in limpidità, si arriva a un livello in cui il super PAC del candidato Romney avrebbe già raccolto più fondi di quelli a disposizione del candidato stesso. Restore your future infatti vanta 23,6 milioni in cassa, contro i 20 nelle tasche dell’ex governatore del Massachusetts.

In questo quadro, si inserisce anche il presidente Obama. E dopo aver difeso l’indipendenza economica dei candidati, si piega alla logica dei super PAC per vincere nuovamente le elezioni (il più grande a suo sostegno è Priorities Usa Action). Pensare che a inizio 2008, nel pieno della sua campagna elettorale per le presidenziali della fine dello stesso anno, Obama dichiarava (lo ricorda Lessig in un passaggio):

We are up against the belief that it’s all right for lobbyists to dominate our government — that they are just part of the system inWashington. But we know that the undue influence of lobbyists is part of the problem, and this election is our chance to say that we’re not going to let them stand in our way anymore.

E ancora, diceva:

For far too long, through both Democratic and Republican administrations, Washington has allowed Wall Street to use lobbyists and campaign contributions to rig the system and get its way, no matter what it costs ordinary Americans.

Ma negli anni, come lo stesso Lessig analizza, nessuna di queste promesse viene mantenuta. E quando forse si accende una piccola luce e sembra che Obama riprenda in mano le promesse della campagna del 2008, il Presidente promette di eliminare la corruzione al Congresso con azioni troppo deboli. Che non ne minano le fondamenta. Così dichiara Obama:

Send me a bill that bans insider trading by members of Congress, and I will sign it tomorrow. Let’s limit any elected official from owning stocks in industries they impact. Let’s make sure people who bundle campaign contributions for Congress can’t lobby Congress, and vice versa — an idea that has bipartisan support, at least outside ofWashington.

Ma questo piano, afferma Lessig, è talmente insufficiente che sarebbe come provare a curare un malato di cancro offrendogli un’alimentazione sana ed equilibrata.

Ecco perché, con queste basi, il presidente Obama finisce per rassicurare solo “la tirannia dei pochi e dei grandi capitali”, dimenticando invece quella parte di elettori che a lui e alla sua promessa di cambiamento aveva dato voce (e voti). Anche per dimenticare questa promessa non mantenuta, Obama e il suo comitato elettorale ricordano come – ancor più che non nel 2008 – questa campagna stia raccogliendo fondi da un numero esteso di popolazione (1 milione di persone) che contribuiscono con piccole offerte, inferiori ai 250 dollari. Accanto a questi però, esiste una esigua percentuale di super-donatori: ci sono il guru del cinema Katzenberg (ex Disney, fondatore della DreamWorks) e il collega Spielberg, il fondatore dell’impero Salesforce.com, grandi rappresentanti del mondo immobiliare, della finanza, delle catene alberghiere. Il New York Times raccoglie tutte le offerte, tra un super PAC e l’altro. Numeri e cifre molto lontane dai potenziali protagonisti del cambiamento, gli “outsider” di Lessig, ovvero, per usare le sue parole,

la forza critica nella politica odierna, non solo negli Usa ma in tutto il mondo, viene dai livelli amatoriali e non dai professionisti. Viene dall’esterno, e non dall’interno. […] Ed è quello che Occupy Wall Street ci ha dimostrato proprio lo scorso autunno.

 

(La foto pubblicata in questa pagina è tratta dall’account Instagram di @barackobama, da cui è possibile seguire la sua campagna anche attraverso l’hashtag #obama2012)

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