Sporco Lobbista – Il blog di Fabio Bistoncini

Pubblicato da Fabio Bistoncini il 06/07/2016 & archiviato in In evidenza, Politica

Preferenze

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Con il riaprirsi del dibattito sulla necessità o meno della modifica dell’attuale legge elettorale (c.d. Italicum), si è ritornati a parlare di preferenze.

Un tema che non mi appassiona dal momento che sono per eliminarle del tutto. Il mio sistema elettorale ideale è quello maggioritario, basato su colleghi molto piccoli, con la previsione del secondo turno se nessuno dei candidati raggiunge la maggioranza assoluta dei voti.

Ma questa un’opinione personale.

Il problema è semmai un’altro. Quanto le preferenze siano considerate rilevanti per cittadini nel momento in cui esprimono il proprio voto.

Ci aiuta in questo un bellissimo studio del CISE (Centro Italiano Studi Elettorali) della LUISS, diretto dal Prof. Roberto D’Alimonte.

Che ha analizzato i voti espressi nelle recenti elezioni amministrative.

L’attuale legge elettorale prevede che nei comuni con più di 5000 abitanti l’elettore può esprimere fino a due preferenze, a condizione che siano attribuite a candidati di genere diverso, pena la nullità della seconda preferenza. Il CISE ha elaborato un c.d Indice di Preferenza. Che è dato dal rapporto tra il numero di voti di preferenza effettivamente espressi e il numero di voti di preferenza potenzialmente esprimibili. L’indice varia tra un minimo di 0 – nessun voto di preferenza – e un massimo di 1 – tutti gli elettori hanno utilizzato le due preferenze a disposizione.

L’universo considerato è composto da 24 comuni: sette al Nord (Milano, Torino, Trieste, Novara, Varese, Savona e Pordenone); quattro al centro (Bologna, Ravenna, Rimini e Grosseto); e tredici al sud-isole (Roma, Napoli, Cagliari, Salerno, Latina, Brindisi, Caserta, Cosenza, Crotone, Benevento, Olbia, Carbonia e Isernia).

Quali sono le conclusioni?

Premesso che non ci sono novità rispetto al passato:

1) : il Sud esprime un indice di preferenza più alto (0,49) rispetto al nord (0,29) e al centro (0,25). E questo è un dato che conferma un andamento storico.

 

Fig.-1-rombi-2016

Se analizziamo  i dati eleaborati su base regionale, le prime cinque regioni sono meridionali (comprendendo la Sardegna).

2) Si esprimono più voti di preferenza nelle città piccole (0,50 in quelle con meno di 100mila abitanti) rispetto alle medie (0,37 nei capoluoghi con una popolazione compresa tra i 100.000 e i 200.000 abitanti e quelle ancora più grandi (0,23 in quelle sopra i 200mila). Il CISE spiega questo dato con la “prossimità” che, nei piccoli centri, si crea tra il candidato e i suoi elettori.

A parità di altre condizioni, i crescenti fenomeni di micropersonalizzazione (Calise 2013), associati all’utilizzo del voto di preferenza, sembrano tanto più probabili quanto più le relazioni tra l’elettore e il candidato al consiglio comunale possono assumere la forma del rapporto diretto e personale.

3) Per quanto riguarda le forze politiche, gli elettori del PD fanno ricorso maggiormente al voto di preferenza (0,44) al contrario di quelli del Movimento 5 Stelle e della Lega (0,26).

Ripeto: nessuna novità eclatante rispetto al passato.

Ma molti spunti di riflessione per comprendere i comportamenti degli elettori.

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