Sporco Lobbista – Il blog di Fabio Bistoncini

Pubblicato da Fabio Bistoncini il 05/08/2016 & archiviato in In evidenza, Lobbying

Il soft lobbying di Google

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Soft lobbying: così il New York Times qualifica l’attività di Google a sostegno della cultura europea.

Una vera e propria campagna che prevede corsi di formazione per gli insegnanti, concerti sponsorizzati da YouTube, aiuti a startup e agli editori europei per agevolarli nel passaggio al digitale.

Che comporta uno stanziamento ingente di risorse: 450 milioni di dollari in due anni. Anche se la cifra non è del tutto certa dal momento che il New York Times la ricava sia da documenti ufficiali dell’azienda che da non meglio precisate “stime”.

Al di là delle cifre si tratta di un investimento importante, in termini finanziari, umani e organizzativi condotto in Europa da una grande azienda americana.

E qui arriviamo al  concetto di “soft lobbying”.

Che francamente non conoscevo.

Il lobbying è lobbying. Nè hard, né soft.

Secondo il giornalista, la campagna che Google sta realizzando si affianca all’attività di lobbying classica. E, dal momento che avrebbe come obiettivo quello di modificare la percezione dell’azienda presso i cittadini del vecchio continente, in un momento in cui c’è un confronto/scontro con le Istituzioni comunitarie o con quelle di alcuni Stati europei……allora è lobbying.

Ma soft.

Una riflessione, quindi.

Che si deve basare su una premessa. Non lavoro per Google e quindi non sono a conoscenza degli obiettivi e delle strategie aziendali.

Ma da osservatore esterno penso che la campagna in oggetto sia un esempio di un processo irreversibile. E cioè che le funzioni di lobbying e comunicazione siano (e debbano) essere sempre più integrate. Non solo nelle grandi aziende ma in tutti i gruppi d’interesse.

L’ecosistema decisionale (o se vogliamo le arene di policy) sono sempre più influenzate da un dibattito pubblico che supera i confini degli addetti ai lavori.

Per questo, qualsiasi gruppo d’interesse che voglia perseguire e raggiungere i propri obiettivi di lobbying, non può fare a meno di sviluppare una forte capacità comunicativa per dialogare (e quindi influenzare) con tutti i soggetti che hanno un ruolo (reale o potenziale) attivo nel dibattito pubblico.

Io chiamo questa attività advocacy.

Ma se qualcuno vuole chiamarla soft lobbying va bene lo stesso…

 

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